Astolfo  va

 

sulla  luna

 

 

 

 

Quando il duca Astolfo entrò nella sala del palazzo reale, tutti lo guardavano compiaciuti. Ognuno dei presenti vedeva in lui l’unica persona capace di andare sulla luna e di recuperare il senno di Orlando.

 Astolfo, pur essendo colui che avrebbe dovuto compiere l’ardita impresa, era, però, l’unico a non saperne nulla. Come possiamo bene imma­ginare, non spiegandosi la ragione di tanta attenzione e vedendosi osservato e fatto oggetto di tante simpatie e compiacenti sorrisi, guardava i cortigiani con curiosità e meraviglia.

 La notizia del compito che lo aspettava gli fu data dall’imperatore in persona, fra scroscianti applausi ed ovazioni di soddisfazione. Certo, date le difficoltà che la prova comportava, in un primo momento, ebbe qualche perplessità, ma, poi, davanti a tanta unanime approvazione, Astolfo, duca d’Inghilterra, per non tradire il suo alto casato, non poté che accettare.

 Alla partenza che, data l’urgenza del caso, fu fissata per il giorno successivo, era presente la gran corte al completo. Ognuno gli aveva portato qualche cosa per il viaggio: acqua ed anice, frittelle, pane farcito e tanta altra roba mangereccia. Ne riempirono due grosse bisacce, che misero a cavallo sul dorso dell’ippogrifo.

 Esattamente, al sorgere del sole, Astolfo, in sella alla sua cavalcatura alata, spiccò il volo, fra uno scrosciante applauso dei cortigiani presenti. Trascorse tutta la mattinata andando, senza so­sta, verso oriente. Sul far della sera, udì un persi­stente cinguettio alle sue spalle. Dato l’orario, la cosa gli parve assai strana.

 Si voltò e si accorse che era inseguito da uno stormo di arpie1. Il paladino spronò l’ippogrifo, con l’intento di disperderle, ma quelle furono più veloci e lo superarono. Stranamente, non lo ag­gredirono. Volandogli davanti, sembrava voles­sero indicargli la direzione da seguire.

 Astolfo, che non sapeva quale fosse la giusta via per andare sulla luna, le seguì, finché, a di­stanza, vide un’enorme porta di ferro a due ante. Ivi giunto, non potendo andare oltre, si fermò. A prima vista, date le dimensioni, gli sembrò la via d’accesso ad un ambiente molto importante. Guardingo, la esaminò attentamente, cercando di capire dove conducesse.

 Scrutando bene, si accorse che in alcuni punti, specialmente ai margini o in prossimità delle cerniere, la porta era arrugginita. Proprio da quei punti sconnessi uscivano spifferi di fumo. La cosa lo incuriosì e, mentre era lì che osservava ed esaminava il luogo, una delle due ante della porta, stridendo e scricchiolando, lentamente, si aprì. Dall’interno, venne fuori una nuvola di fumo nero, intenso, che lo avvolse completamente, riducendo notevolmente la visibilità. A malapena riusciva a scorgere a breve distanza.

 Quella porta che si era aperta inaspettata­mente, gli sembrò come un invito ad entrare e Astolfo, pur non sapendo neppure dove si tro­vasse, varcò la soglia.

 All’interno, il fumo era molto più intenso e si vedeva a stento. Da un angolo remoto di quello strano ambiente, il paladino vide qualcosa che si muoveva. Socchiuse gli occhi per scrutare meglio e si accorse che era un’ombra con sembianze umane. Man mano che si avvicinava, attraverso la nuvola di fumo che lo avvolgeva, riuscì a distinguere un po’ meglio. Quando l’ombra giunse a breve distanza, poté vedere chiaramente che era una figura femminile.

 Il paladino le chiese chi fosse e in quale luogo si trovasse. L’ombra, con voce tenue e velata, rispose che era l’inferno, il posto dove le persone che durante la loro vita terrena avevano peccato, erano destinate ad espiare le loro malefatte in eterno.

 Intanto che l’ombra gli rivolgeva queste frasi, altre sagome umane, facendosi spazio fra le dense tenebre fuligginose, gli si avvicinavano lentamente. Tutte, desiderose di parlargli, si spin­gevano e cercavano di farsi avanti, nel tentativo di mettersi in vista.

 A distanza, fra il nero fumo ed il buio pesto dell’inferno, si intravedeva un piccolissimo pun­tino luminoso. Astolfo non riusciva a capire che cosa potesse essere, ma, fra tanta oscurità, era l’unico spiraglio di luce visibile.

 Il paladino, intanto, da quel breve incontro con le anime dannate, aveva capito che dal posto nel quale si trovava, non avrebbe potuto mai raggiungere la luna. Perciò, decise di dirigersi verso la tenue luce che vedeva in fondo al buio.

 Mentre si allontanava, le ombre, sempre desiderose di parlargli, erano tutte intorno a lui. Continuavano a seguirlo incessantemente. Nel tentativo di disperderle, spronò il suo ippogrifo, che con un batter d’ali, accelerò l’andatura. La decisione non diede alcun risultato. Le anime, essendo composte di materiale leggero ed inconsistente, potevano muoversi nell’aria con molta rapidità. Sicché, continuarono a fargli ressa intorno.

 Intanto, andando avanti, in direzione opposta alla porta d’ingresso, il piccolissimo puntino luminoso si faceva sempre più grande. Non saprei dirvi quanto tempo trascorse. Sta di fatto che ad un certo punto, le tenebre si diradarono del tutto ed Astolfo giunse alla luce del sole.

 A quel punto, le ombre, che lo avevano seguito per tutto il percorso, come impedite da una forza superiore, non andarono oltre.

 Mentre il paladino si allontanava, esse te­nendo le braccia tese verso di lui, come per esprimere il desiderio di essere ascoltate, bisbi­gliavano parole che Astolfo, data la distanza, non riusciva a sentire.

  Adesso, davanti a sé, il paladino vedeva un enorme prato verde, punteggiato da un gran numero di fiori multicolori, che si estendeva a perdita d’occhio. Qua e là, alcuni alberi, carichi di frutta di stagione, sembravano voler manifestare la generosità del creato. Nell’aria si espandeva un gradevole profumo di rose ed un delicato cinguettio di uccelletti che saltellavano fra un ramo e l’altro, faceva da sottofondo musicale a quello spettacolo incantevole. Sembrava che la natura avesse scelto proprio quel luogo per celebrare il suo trionfo.

 Astolfo non poté fare a meno di confrontare quello scenario meraviglioso con i miseri am­bienti della terra, dove la prepotente azione dell’uomo semina rovina e distruzione al suo pas­saggio.

 Guardandosi intorno, a distanza, il paladino vide una montagna enorme, altissima sulla quale, data la distanza, a stento, si riusciva a scorgere un sontuoso palazzo. Astolfo, non avendo alcun punto di riferimento, spronò l’ippogrifo e seguendo il suo istinto, si diresse verso il palazzo.

 Man mano che si avvicinava, si accorgeva che le pareti dell’edificio emanavano una luce intensa, sfavillante, molto simile a quella solare. Il paladino era sbalordito per la bellezza e per la magnificenza di quella straordinaria costruzione, che, avvicinandosi, diventava sempre più splendente e luminosa.

 Giunto all’ingresso dell’edificio, gli si fece incontro un vecchio. Aveva un viso radioso ed uno sguardo sereno. Indossava un abito molto simile a quello degli antichi Romani: una tunica bianca ed una toga di colore porpora, che gli avvolgeva tutto il corpo. I suoi capelli erano completamente bianchi e la barba, anch’essa bianca, molto lunga, gli scendeva fin sul petto. Era fermo lì, davanti alla via d’accesso del palazzo, come se sapesse già dell’arrivo del paladino. A giudicare dal suo aspetto, sembrava una persona degna di riguardo.

 Quando gli giunse a breve distanza, Astolfo, in segno di rispetto, smontò di sella e, procedendo a piedi, gli si avvicinò. Lo salutò rispettosamente e si presentò. Disse di essere un paladino di re Carlo imperatore, in cerca della via per raggiun­gere la luna.

 Intanto che Astolfo parlava, il vecchio annuiva col capo, come se sapesse già ciò che gli veniva riferito. Quando il paladino finì di parlare, il vecchio, con voce calma e suadente, gli disse di chiamarsi Giovanni e di essere colui che aveva scritto la vita di Nostro Signore2; di conoscere già la ragione del suo viaggio e di essere disposto ad aiutarlo. Poi, sempre con quel suo tono gradevole e persuasivo, gli spiegò che il luogo nel quale si trovava era il paradiso terrestre, dove era giunto, non tanto per la capacità di volare del suo ippogrifo, ma per volere dell’Onnipotente. E, intanto che parlava, fece un cenno con la mano, per invitarlo ad entrare nel palazzo luccicante.

 Ormai, la giornata volgeva al termine ed era l’ora in cui le fatiche per i lavori compiuti fanno sentire maggiormente il bisogno di un pasto ristoratore.

 Sembrava che gli abitanti del palazzo lo attendessero. L’accoglienza fu delle migliori. Gli offrirono dei prelibati frutti del paradiso dal sapore molto gustoso. Forse — pensò Astolfo — avevano il medesimo gusto di quelli che mangiarono Adamo ed Eva.

 L’ospitalità non trascurò neppure l’ippogrifo, a cui, essendo metà cavallo e metà uccello, furono date delle granaglie, per soddisfare la parte del corpo del volatile e del fieno per la parte del cavallo.

 Dopo che si rifocillò, il paladino andò a letto e dormì profondamente, per tutta la notte.

 L’indomani, al levar del sole, appena svegliato, vide l’Evangelista venirgli incontro, che, con la sua solita voce amorevole, gli disse: “Figliolo, sebbene tu sia appena giunto dalla Francia, non sai che cosa stia accadendo in quel paese. Il conte Orlando, designato difensore della Chiesa, come ben saprai, ha tradito il suo compito.

 Il potente Iddio gli aveva dato un’immensa forza, lo aveva reso invulnerabile ai colpi dei suoi nemici e gli aveva donato una spada invincibile. Con questi straordinari poteri era stato destinato a difendere la Cristianità. Egli, invece, invaghitosi di una donna pagana, ha abbandonato il sacrosanto dovere, lasciando indifeso il popolo di Cristo. È per questa ragione che fu condannato a vivere senza senno.

 Iddio Onnipotente, impietosito per il misere­vole stato in cui il conte Orlando si è ridotto, nella sua infinita misericordia, ha voluto che gli si restituisse l’umano intelletto. Per questa ra­gione sei stato comandato a venire fin quassù. Il tuo compito sarà quello di prendere il senno di Orlando e portarglielo, perché possa rinsa­vire. Per far questo, ti debbo condurre sulla luna, dove è custodita la medicina che guarirà il conte. Poiché ci rimane poco tempo, partiremo a sera, quando il sole si nasconderà dietro i monti e la luna prenderà il suo posto.”

Per raggiungere la destinazione fissata, fu preparato un poderoso carro, a cui l’Evangelista attaccò quattro focosi cavalli, dalle cui narici uscivano fumo e scintille. Ciascuno di essi aveva la forza di cento buoi. Trainato da cavalli tanto possenti, il viaggio non fu molto lungo. Almeno così sembrò ad Astolfo, che, impegnato ad osservare la terra dall’alto, non badò al trascorrere del tempo.

 Giunto sulla luna, il paladino fu condotto in una valle stretta fra due montagne, dove ve­niva raccolto ciò che i mortali perdevano per sempre o ritenevano inutile e buttavano via. Era il luogo — gli disse l’Evangelista — dove ciò che si perde sulla terra, sulla luna si ra­duna. Non c’erano soltanto ricchezze, ma la gloria dei grandi condottieri, famosi al tempo in cui vissero, oggi dimenticati; l’ozio dei fan­nulloni, che trascorsero pigramente una vita intera senza far nulla; e poi città saccheggiate dai nemici e mai più risorte; il potere degli uomini che furono grandi al loro tempo, dei quali, alla loro morte, se ne perse il ricordo; e poi, castelli, palazzi, potenti regni inghiottiti dal tempo e mille altre cose, perdute per sem­pre.

 A sentire quei discorsi tanto interessanti, il duca Astolfo riteneva di essere fortunato, poiché se non ci fosse stata la guida dell’Evangelista, egli, solo con il suo intelletto, non avrebbe capito il significato di quelle meraviglie.

 Sempre accompagnato dall’Apostolo, entrò in un’altra valle, più stretta della prima, dove, su una tavola apparecchiata con una sontuosa tovaglia, c’era un’infinità di ampolle. Alcune di esse erano colme fino all’orlo, altre un po’ meno, in altre ancora si vedeva soltanto qualche goccia sul fondo. Su ciascuna di esse c’era scritto un nome a chiare lettere.

 Il duca le guardava e non riusciva a capire che cosa fossero e, principalmente, che cosa conte­nessero.

La sua curiosità fu soddisfatta dall’Evangelista, il quale gli spiegò che le ampolle contenevano il senno di quei mortali che, viventi sulla terra, lo avevano perso, in tutto o in parte. Maggiore era la quantità contenuta nell’ampolla, minore era il senno che la persona vivente aveva nella sua testa.

 Il duca, incuriosito da questa spiegazione, volle leggere alcuni nomi. Con sua grande meraviglia, si accorse che molte persone ritenute sagge sulla terra, in realtà avevano buona parte del loro senno, non nel loro cervello, ma sulla luna.

 Fra le tante ampolle, ne trovò una su cui era scritto il suo nome. In verità non era molto piena. Segno che la sua pazzia si limitava ad alcune azioni o ad alcuni suoi comportamenti. Prese l’ampolla e, con il permesso dell’Apostolo, la portò sotto il naso e ne aspirò profondamente il contenuto.

 L’effetto fu immediato. Quella parte di senno che gli mancava, gli ritornò immediatamente in testa. Astolfo, infatti, da quella volta, diventò una persona molto saggia e ragionevole. Non ebbe più quegli scatti che in alcune occasioni lo rendevano rissoso e turbolento.

 A quel punto, il compito di Astolfo stava per compiersi. L’Evangelista prese l’ampolla con su scritto il nome di Orlando e gliela porse.

 Adesso, per volontà dell’Onnipotente, Astolfo doveva tornare sulla terra, trovare Orlando e fargli aspirare il contenuto dell’ampolla.

 



1 Le arpie erano creature mitologiche mostruose, con viso di donna e corpo d'uccello. Con il loro becco di metallo potevano infliggere colpi anche mortali.

1 Il vecchio del racconto è San Giovanni Evangelista.