GIUFA' E LA BERRETTA ROSSA

 

Giufà era un ragazzo scapestrato, come tanti ce ne sono anche ai nostri giorni. Non aveva né voglia di lavorare, né voglia di studiare. Vestiva in maniera trasandata, con abiti sporchi e scarpe scalcagnate. Era la disperazione di sua madre, che, invano, gli diceva di cambiare vita, di vestirsi in maniera più decente, di cercarsi un lavoro o di mettersi a studiare seriamente. Giufà, invece, era completamente sordo ai richiami e conti-nuava a fare di testa sua.

Una bella mattina, però, stanco delle prediche, prese la decisione di comprarsi un abito nuovo. Andò nel migliore negozio della città e, dopo aver provato un gran numero di vestiti, scelse quello più elegante e più costoso. Al momento di pagare, non avendo i soldi, promise che avrebbe saldato il conto al più presto. Andò, poi, in un negozio di calzature, comprò un paio di scarpe e, anche a quest’altro commerciante, disse che avrebbe pagato in breve tempo.

La sua famiglia era conosciuta da tutti per rettitudine ed onestà, dunque, ovunque andasse, nessuno gli negava fiducia. Giufà, incoraggiato dalla facilitazione dei venditori, continuò ad acquistare, ma senza pagare neppure un soldo. Comprò persino una beretta rossa, all’ultima moda. Insomma, alla fine, era così ben vestito che, quando si presentò a casa, sua madre stentava persino a riconoscerlo.

Con gli abiti nuovi ed eleganti, andava in giro, mostrandosi a tutti. Si pavoneggiava. Gli piaceva farsi ammirare. Aveva perso quel suo modo di fare trasandato e disordinato. Pareva proprio che avesse messo la testa a posto.

I guai cominciarono qualche mese più tardi, quando uno dei negozianti andò a reclamare il saldo del conto. Per fortuna, in quel momento, sua madre non era in casa e Giufà, con argomenti persuasivi, riuscì a convincere il negoziante che lo avrebbe pagato entro un giorno o due al massimo.

Preoccupato per la brutta piega che stava prendendo la faccenda, Giufà cercò di escogitare qualcosa per evitare il pagamento. Pensa e ripensa, non gli venne nulla in mente. L’unica possibilità per evitare il peggio era di pagare; ma come fare, senza denaro?...

Riflettendo sulla sua situazione, si ricordò di avere sentito dire che i morti non dànno e non ricevono soldi; che nel loro mondo non circola denaro.

“Dunque, se fossi morto — pensò — nessuno potrebbe chiedermi dei soldi!”

Seguendo questa considerazione, la cosa migliore per non pagare era, dunque, morire. O meglio,… fingere di essere morto.

L’idea gli parve buona. Fu così che l’indomani mattina, di buon’ora, si vestì con gli abiti appena comprati, si mise in testa la berretta rossa, calzò le scarpe nuove e si distese sul letto, con le braccia incrociate sul petto, come un morto vero. Chiuse gli occhi ed attese che gli eventi maturassero da soli.

Verso le undici, notando che Giufà tardava ad alzarsi, la madre aprì la porta della sua camera. Vedendo il figlio esanime, disteso sul letto in quella posizione da morto, si mise le mani ai capelli ed emise uno straziante urlo di dolore. I vicini, sentendola gridare, si precipitarono da lei.

Alla vista di quella scena atroce, cercarono di confortarla, ma invano. La donna, disperata, proruppe in un pianto a dirotto. Sembrava che nulla e nessuno potesse consolarla.

Intanto Giufà disteso sul letto, con gli occhi chiusi, seguiva attentamente tutto ciò che accadeva intorno a sé. La disperazione ed il dolore della madre furono per lui la conferma che la sua finzione era riuscita perfettamente. Questo lo lasciava ben sperare, poiché, se l’inganno era riuscito così bene con sua madre, sarebbe andato sicuramente meglio con gli estranei.

…E, continuando a fare il finto morto, rimase in attesa che le cose andassero avanti.

Come si sa, le brutte notizie giungono subito. Così, la tragica ed improvvisa morte di Giufà si diffuse in un baleno per tutta la città. Lo vennero a sapere anche i negozianti che gli avevano fatto credito, i quali preoccupati di recuperare quanto loro dovuto, gli andarono a far visita. Vedendolo disteso sul letto di morte, ne ebbero compassione e, data la circostanza, ritennero poco rispettoso chiedere alla madre il pagamento dei debiti contratti da Giufà.

Il negoziante che gli aveva venduto la berretta rossa, invece, non aveva intenzione di fargli alcuna concessione. Era fermo sul proposito di farsi pagare o di riavere indietro la berretta.

“Iù a burritta a vogghiu! — ripeteva fra sé e sé, col puntiglio di chi non vuole perdere ciò che gli appartiene — Nun m’ha pagatu e ma pigghiu!”

Così dicendo, tese il braccio in direzione del morto e stava per togliergli la berretta dal capo, ma, vedendo intorno a sé tutta quella gente, si fece scrupolo e si fermò. Rimase lì, in attesa di un momento più opportuno per riprendersi ciò che gli apparteneva.

Quando, dopo alcune ore, i becchini presero il morto — o, meglio, presero Giufà, con la burritta in testa, che fingeva di essere morto — e lo portarono in chiesa, entrò pure il negoziante che gli aveva venduto la burritta, il quale si nascose in un angolo, in attesa che tutti andassero via.

Sul far della mezzanotte, quando ormai la chiesa era vuota, il negoziante venne fuori dal suo nascondiglio, si avvicinò al catafalco e, mentre stava per strappare la berretta dal capo del morto, udì dei rumori provenienti dalla parte opposta. Per non farsi scorgere, corse subito a nascondersi dietro un confessionale.

Gli intrusi erano quattro ladri, i quali, ritenendo la chiesa un luogo sicuro, l’avevano scelta per spartirsi il frutto di una losca operazione. Uno dei lestofanti portava un sacco sulle spalle. Ovviamente, i quattro credevano di essere soli all’interno della chiesa. Non potevano immaginare che il morto, non fosse morto e che, nascosto in un angolo, ci fosse anche il negoziante, il quale voleva riprendersi la berretta rossa ad ogni costo.

Convinti che nessuno li avesse visti, uno dei quattro, — forse il capo — ordinò a quello con il sacco di svuotare il contenuto rovesciandolo su un tavolo. Appena quello capovolse il sacco, un numero imprecisabile di monete d’oro e d’argento, cadendo in parte sul tavolo, in parte sul pavimento, produsse un sonoro tintinnio che rimbombò per tutta la chiesa. I quattro si guardarono intorno con circospezione, poi, raccolsero le monete e ne fecero quattro munzidduzza, tutti uguali. Un munzidduzzu per ciascuno di loro. Il caso volle che alla fine della spartizione avanzasse una moneta d’oro, che, ovviamente, non poteva essere divisa in quattro. I lestofanti si guardarono in viso, come per chiedersi: e chista, cu sa pigghia?...

Il capo si guardò introno con sguardo acuto, come per escogitare qualcosa che risolvesse il problema. Quando i suoi occhi si posarono sul catafalco con dentro il morto, gli sovvenne l’idea. Rivolgendosi ai suoi compagni: “Facciamo il tiro a segno con la moneta. — disse — Chi riesce a farla entrare nella bocca del morto, se la prende”.

Gli altri tre approvarono la proposta e, uno alla volta, si stavano preparando per lanciare la moneta. A quel punto, Giufà si alzò dalla bara e, come per invocare l’aiuto dei defunti, si mise a gridare: “Morti, accorrete tutti!... Aiutatemi!... Presto!...” La sua voce, amplificata dall’eco, risuonò potentemente per tutta la chiesa e, data l’ora tarda, il rimbombo delle sue parole fu terrificante.

I lestofanti, vedendo che il morto era resuscitato, ed invocava l’aiuto di altri morti a viva voce, abbandonarono le monete sul tavolo e fuggirono via terrorizzati.

Appena quelli furono fuori dalla chiesa, Giufà uscì dalla bara e si diresse verso i quattro munzidduzza per appropriarsene. Mentre stava compiendo questo gesto, anche il negoziante della burritta uscì dal suo nascondiglio e si diresse verso i munzidduzza, anch’egli con l’intenzione di imposses-sarsene. Ne nacque un animato battibecco. Alla fine Giufà ed il negoziante decisero di spartirsi due munzinnuzza ciascuno. Sembrava che tutto si fosse concluso nel migliore dei modi, quando si ripresentò la questione dell’ultima moneta d’oro. Quella che i quattro malviventi volevano giocarsi facendo tiro a segno nella bocca del finto morto.

Giufà non voleva sentire storie. Diceva che la moneta gli apparteneva perché senza di lui, quella fortunata situazione non si sarebbe mai verificata. Anche il negoziante di burritta diceva di averne diritto e non voleva cedere a nessun costo. Vista la risolutezza del commerciante, Giufà prese l’accenditoio1 per le candele e con quello voleva colpire sul capo il suo avversario. Il poveretto, vedendosi così duramente minacciato, si diede alla fuga e intanto che correva fra i banchi della chiesa, andava gridando: Dammilla. A munita d’oru attocca a mia!

No! Mia iè! replicava Giufà, correndogli dietro con la lunga pertica in mano.

 

***

Intanto che fra i due si svolgeva quest’animato scambio di opinioni, i quattro ladri erano tornati indietro, nel tentativo di recuperare la refurtiva. Udendo quella baraonda, pensarono che i morti resuscitati, stessero litigando per la spartizione delle monete. Impauriti, non osarono neppure entrare. Camminando carponi, si avvicinarono alla porta della chiesa per origliare. Le voci giungevano chiare: Dammilla!... Attocca a mia!...

Sentendo queste parole, pensarono che la lite fosse sorta perché essendo tanto numerosi, le monete non erano bastate per tutti. Preoccupati di essere coinvolti nella zuffa e di subire la peggio, preferirono darsela a gambe.

Intanto, all’interno della chiesa, la situazione non accennava a placarsi. Il negoziante, non potendo avere la moneta, cercava di strappare la berretta rossa dal capo di Giufà.

Giufà, con una mano reggeva l’accenditoio, con il quale minacciava il suo avversario, e con l’altra teneva stretti due sacchetti contenenti due munzidduzza di monete. Appena i due furono a breve distanza, il negoziante tese la mano in direzione della testa di Giufà, con l’intenzione di portargli via la burritta rossa. Per evitare che quello gliela strappasse, Giufà portò la mano sul capo. Compiendo questo gesto, l’accenditoio gli cadde a terra. A quel punto, il negoziante, non essendo più minacciato, corse verso il tavolo ed afferrò la moneta.

Giufà lo lasciò fare. Portò una mano in testa, per tenere stretta la burritta, mentre con l’altra teneva ben saldi i due sacchetti contenenti le monete dei due munzidduzza. Alla fine di questa complicata situazione, Giufà perse la moneta, ma salvò la berretta rossa.

 

Pare che nessuno abbia mai pagato un prezzo così alto per comprare una berretta rossa, ma è certo anche che nessuno ha mai intascato tanti soldi in così breve tempo, come Giufà.

1 Lunga pertica munita di un piccolo cappuccio metallico e di uno stoppino, usata per accendere o per spegnere le candele delle chiese.