IL CASO MAJORANA

 

 

 

Annualmente, nel mondo, scompaiono migliaia di persone. Svaniscono nel nulla, senza che si riesca a venire a capo del motivo della loro scomparsa. Se ne parla per un poco; alcune volte per giorni o per mesi; giornali e televisione ne dánno ampia diffusione, poi col tempo, la notizia lentamente si affievolisce sempre di più, fino a perdersene il ricordo. La persona scomparsa viene classificata “dispersa” ed il caso si chiude per sempre.

Di uno di questi scomparsi, nonostante siano trascorsi circa ottant’anni dalla sua sparizione, se ne parla ancora. Si avanzano varie ipotesi. C’è chi pensa che si sia suicidato; chi sostiene che si sia rinchiuso in un convento, perché inorridito da ciò che sarebbe potuto accadere all’umanità; qualcuno, invece, ritiene che sia partito per le lontane Americhe.

Comunque siano andate le cose, il fatto che, dopo tanti anni, se ne discuta ancora, dimostra che la memoria è ancora viva ed il desiderio di scoprire la verità è pressante come al tempo in cui avvennero i fatti.

Ciò perché lo scomparso non è una persona qualunque, ma uno scienziato di fama mondiale, la cui importanza induce a non rassegnarsi alla solita etichetta “disperso”. Con questo breve capitolo, ne vogliamo parlare, almeno per conoscere i fatti.

 

* * *

 

Ettore Majorana nacque a Catania, in via Etnea, n. 251, il 5 agosto del 1906. La sua famiglia, di alto livello culturale, dovette influire notevolmente nella prima formazione e nelle scelte che il giovane Ettore fece da adulto. Fin da bambino rivelò subito una spiccata attitudine per la matematica. All’età di cinque anni, riusciva a svolgere a mente le quattro operazioni con numeri a quattro cifre.

Non frequentò le Scuole elementari pubbliche. I primi insegnamenti gli furono impartiti dal padre.

Trasferitosi a Roma con la famiglia, frequentò il collegio dei Gesuiti. Conseguita la licenza liceale, si iscrisse all’università, nella facoltà d’ingegneria.

Possiamo supporre che questa scelta dovette essere determinata dalla presenza di diversi valenti professionisti in famiglia.

Durante il corso degli studi, Emilio Segrè, un suo intimo amico, avendo notato le sue spiccate capacità ed una forte predisposizione per gli studi teorici, lo convinse a cambiare facoltà e ad iscriversi in fisica.

A seguito del cambio, a Roma, frequentò un Istituto di ricerca nel quale gli studi sull’atomo e le sue applicazioni erano in uno stato molto avanzato (Purtroppo, queste ricerche, successivamente, furono sfruttate da altri, per la realizzazione della bomba atomica).

Per conoscere meglio Majorana è molto interessante ricostruire il suo aspetto fisico di questo periodo, non fosse altro che per saperne di più su di lui.

Certo, non è un’impresa facile, tuttavia tenteremo di farlo, attraverso le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto personalmente. Questo procedimento, ci consentirà, dopo circa ottant’anni, di ottenere un’immagine, per quanto possibile,  molto prossima a quella reale.

Majorana ci viene descritto come una persona longilinea, dell’altezza di mt. 1,70. Andatura timida, quasi incerta. Aveva capelli nerissimi e carnagione scura. Gli occhi vivacissimi e scintillanti. Da questa prima descrizione ne risulta una persona dalle caratteristiche tipicamente siciliane (qualcuno ha usato il termine “saraceno”).

Osservando la sua immagine fotografica, infatti, il suo volto ci appare quasi, familiare, come se lo avessimo visto o incontrato da qualche parte.

Continuando con la descrizione fattaci da chi lo ha conosciuto di persona, apprendiamo che era molto timido e chiuso in sé. La mattina, andando in tram all’Istituto di ricerca, si metteva a pensare con la fronte accigliata. Appena gli veniva in mente un’idea nuova, o la soluzione di un problema difficile, si frugava le tasche, estraeva una matita e un pacchetto di sigarette, su cui scarabocchiava formule complicate. Pensieroso, scendeva dal tram e, speditamente, col capo chino ed il ciuffo di capelli sugli occhi, andava dal direttore dell’Istituto. Con il pacchetto in mano e la semplicità dei dotti, spiegava la sua idea.

Gli altri studiosi del gruppo, entusiasti dei risultati della ricerca, lo invitavano a pubblicare la sua scoperta, ma Majorana minimizzando il suo discorso, buttava via il pacchetto con le formule appena scritte, sotto lo sguardo meravigliato dei presenti.

Attraverso questa descrizione il quadro ci appare più chiaro. Si capisce che non stiamo parlando di una persona comune, ma di uno scienziato, che riteneva superfluo approfondire teorie che per lui erano tanto ovvie da buttarle via.

Grazie al suo contributo per l’utilizzo dell’atomo, molte università straniere gli offrirono la cattedra, ma egli rifiutò. Preferì rimanere in patria, dove a soli 31 anni, ottenne la cattedra per l’insegnamento di fisica all’università di Napoli.

Con la nuova nomina, gli impegni dovettero aumentare notevolmente. Il lavoro di ricerca ed i problemi burocratici collegati all’insegnamento, dovettero sommergerlo, tanto da portarlo ad un’eccessiva stanchezza o, chissà, forse all’esaurimento nervoso. Uno dei suoi colleghi, osservando i suoi comportamenti e vedendolo così diverso dal solito, gli consi­gliò di tornarsene in Sicilia per qualche settimana, per riposarsi.

Ettore Majorana accettò il consiglio e il 25 marzo 1938, alle ore 22,30, si imbarcò sulla nave di linea Napoli-Palermo. Il giorno stesso, prima di partire, scrisse una lettera al suo collega, della quale appresso sono riportate le parti essenziali:

“Caro Carrelli [è il nome del collega],

ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa1 potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo, ti prego di perdonarmi…”

La lettera continua scusandosi per il gesto che sta per compiere e saluta altre persone come se dovesse partire per un lungo viaggio.

In queste poche parole, ciò che ci colpisce è quella dura affermazione: “improvvisa scomparsa”.

Quest’espressione sembrerebbe la chiave di tutto. Purtroppo, però, a causa del duplice significato che le si può attribuire, non ci è di grande aiuto.

Nell’uso corrente, infatti, quando diciamo di una persona che è “scomparsa”, possiamo intendere che è morta, oppure, meno tragicamente, che “non si fa più vedere” per propria volontà o perché costretta da qualcuno o da qualcosa. Dunque, l’unico significato che da questa frase possiamo trarre è che Majorana voleva sparire, non farsi più vedere; ma, in quale modo? Questo è ciò che vorremmo scoprire.

A confonderci di più le idee, contribuisce una lettera, dal tono più drammatico, che egli scrisse ai suoi familiari:

“Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero2. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo, ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.3

 


1 Le due parole, che nella versione originale non sono sottolineate, sono qui proposte con la sottolineatura, per attirare l’attenzione del lettore su di esse.

2 Anche qui, la frase è sottolineata per attirare l’attenzione del lettore su di essa.

3 Un tempo, in Sicilia, nel caso di morte di un familiare, era d’uso ve­stirsi di nero. Il lutto aveva una durata, a secondo del grado di parentela. I figli, per la morte di uno dei genitori, ad esempio, portavano il lutto per tre anni, mentre la moglie per la morte del marito o viceversa, vestiva di nero a vita.

Così, mentre con la prima lettera si ha l’impressione che Majorana voglia andarsene lontano: “scomparire”, appunto; con l’altra, spedita ai familiari, pur non dichiarandolo in maniera esplicita, ci lascia intendere una fine più tragica.

Il mistero si infittisce ancora di più, quando, giunto a Palermo, Majorana spedì un telegramma all’amico Carrelli, con queste parole: “Non allarmarti. Segue lettera. Majorana.”

Il contenuto del telegramma sembra frutto di un’attenta riflessione e della volontà di attenuare la durezza della lettera inviata precedentemente al collega. In altre parole, tutto lascia pensare che si fosse pentito di averla scritta e, quanto meno, fosse nelle sue intenzioni mitigarne il contenuto.

Il pentimento fu frutto di una lunga ed attenta riflessione, protrattasi per tutta la nottata, fra il 25 ed il 26 marzo, durante la navigazione da Napoli verso Palermo. L’effetto di quella riflessione non tardò ad arrivare, tant’è che appena giunto a Palermo, sentì doveroso inviare il telegramma, per sminuirne l’asprezza di ciò che aveva scritto. 

Lo stesso 26 marzo 1938, come preannunciato nel telegramma, dall’albergo Sole di Palermo, Ettore Majorana scrisse una seconda lettera al collega Carrelli:

 “Caro Carrelli,

Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna4, viaggiando forse con questo stesso foglio5. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana6 , perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.”

La sera, alle ore sette del 26 marzo 1938, Majorana si imbarcava sulla nave per fare ritorno a Napoli. Da quel momento, iniziano i dubbi su ciò che gli sia potuto accadere. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che si sia suicidato buttandosi in mare. La cosa è poco probabile poiché sulla medesima nave viaggiava un battaglione di militari provenienti dall’Africa orientale. I soldati, non alloggiavano nelle cabine, ma erano sparpagliati in coperta7, sistemati alla meglio. Nel caso qualcuno avesse tentato di scavalcare il parapetto della nave, per buttarsi a mare, si sarebbero certamente accorti e sarebbero intervenuti.

Sta di fatto, però, che Majorana quasi certamente arrivò a Napoli, ma all’albergo Bologna non giunse mai; né alcuno lo cercò. Non c’era alcun motivo per cercarlo, almeno subito. Certamente dovette passare qualche giorno, prima che iniziassero le ricerche; almeno il tempo necessario perché la lettera spedita da Palermo giungesse al Prof. Carrelli, il quale preoccupato per quanto c’era scritto, dovette informare i familiari e le autorità. 

Non sappiamo se e quanto abbia potuto influire questo ritardo in tutta la vicenda, ma conosciamo i risultati delle prime indagini, dalle quali risultò che Majorana era scomparso, portando con sé il passaporto ed una certa somma di danaro, per giunta in contanti, equivalente a circa tre mesi di stipendio.

Ci viene spontaneo chiederci: a che serve il passaporto ad una persona che ha intenzione di suicidarsi? Forse ci vuole un passaporto per essere ammessi all’altro mondo? E il denaro, per giunta in contanti, a che cosa gli sarebbe servito?

Già bastano questi due elementi per farci escludere l’ipotesi del suicidio. Tuttavia, volendo approfondire ulteriormente questa possibilità, consideriamo il rapporto che, quasi sempre, molti scienziati hanno, con la fede. In genere, può capitare che le persone di scienza siano poco vicine alla religione, in alcuni casi per convinzione, in altri perché gravati dall’eccessivo lavoro. Non è il caso di Majorana, della cui religiosità non possiamo


4 L’albergo di Napoli nel quale alloggiava.

5 Vuol dire che si sarebbe imbarcato sulla stessa nave che trasportava la lettera da lui spedita al Carrelli.

6 Questa parola deriva da Henrik Ibsen, uno scrittore drammatico norvegese, abbastanza noto a quel tempo, del quale Majorana aveva certamente letto ed apprezzato le qualità delle sue opere. Ibseniana è un neologismo (da Ibsen). Nel nostro caso, leggi “drammatico”.

 

7 Ponte principale che si estende per tutta la nave, dove i passeggeri possono sostare e guardare il mare.

 

 

dubitare, visto che era stato educato nel collegio dei Gesuiti di Roma. Di conseguenza, volendo “scomparire”, certamente, non dovette prendere in considerazione il suicidio.

Dunque, questi tre elementi: il passaporto, la piccola quantità di denaro che aveva prelevato ed il suo attaccamento alla fede, ci inducono a pensare che Majorana non si suicidò!

Ma allora, se non si è suicidato, come sono andate le cose?

 

L’annuncio pubblicato dalla

 

“Domenica del Corriere” del 17/07/1938

 

 

 

È certo che dal 26 marzo 1938 non si hanno più notizie certe di lui, pertanto “scomparve”. Perché scomparve, è ciò che tenteremo di appurare, cercando di mettere insieme quelle scarne notizie in nostro possesso.

 

Quando il Prof. Carrelli, insospettito per la prolungata assenza di Majorana, come s’è già detto, avvertì i familiari e le autorità. A quel punto,  scattò una ricerca frenetica. Se ne interessò il capo della polizia. Lo stesso capo del governo8 fece pressione presso i suoi funzionari, perché si risolvesse il caso. Il settimanale “La Domenica del Corriere”, un periodico molto diffuso già a quel tempo, il 17 luglio 1938 nella rubrica “Chi l’ha visto?” pubblicava un annuncio di ricerca (Vedi sopra l’immagine).

 

Nel corso degli anni che seguirono, la polizia e diversi investigatori, si interessarono con notevole impegno alla risoluzione del caso, senza arrivare ad una soluzione del mistero. Tutto rimase al punto di partenza.

 

* * *

 

Qualche tempo fa, durante una tremenda burrasca, una barca di pescatori si capovolse, scaraventando in mare le tre persone che vi erano a bordo. Due di loro riuscirono a raggiungere la riva a nuoto, mentre il terzo, più anziano, non ebbe la forza sufficiente per mettersi in salvo. Fu travolto dalle onde e di lui giunse a riva un giubbotto che egli stesso si era sfilato, nel tentativo di affrontare meglio la potenza del mare.

 

Le ricerche per ritrovare il suo corpo durarono giorni, ma non diedero alcun risultato. Date le condizioni atmosferiche e le circostanze in cui avvenne il naufragio non ci viene difficile immaginare che sia morto.

 

8 A quel tempo era Mussolini.

 




 

Qualche tempo dopo, parlando con alcuni pescatori, chiesi notizie di quel tale che avevano a lungo cercato senza esito. La risposta fu secca: s’ha persu! 

Non mi dissero è morto, ma, “si è perso”. Un avvocato o un giudice mi avrebbe dato la medesima risposta: “disperso”. La saggezza popolare non discosta dalla giurisprudenza. Ciò perché, sia per il giudice sia per il pescatore, la prova della morte di una persona è il suo cadavere, senza il quale quella persona non si può dichiarare morta. Certo, nel caso il corpo non si rinviene, dopo cinque anni, si dichiara la “morte presunta.” Cioè si presume,… si immagina,… si suppone,… si ritiene... (tutti verbi che esprimono cautela) che la persona è morta, pertanto la dichiarazione di “presunta morte” non è una morte accertata!

 

* * *

Tornando al caso Majorana, poiché il suo corpo non fu mai rinvenuto, le autorità, dopo cinque anni, dovettero dichiarare la sua “morte presunta”. Una magra consolazione, che, però, non ce lo fa immaginare morto, ma “scomparso”, quindi vivo, in chissà quale località di quale remoto paese.

Adesso ci rimane da indagare sulla ragione della sua scomparsa.

Non essendoci altra causa, un’ipotesi possibile è un collegamento fra la sua “scomparsa” ed il suo lavoro di scienziato.

Nell’Istituto di Roma si studiava l’atomo e tutto ciò che ad esso era connesso. In quelle formule scritte sui pacchetti di sigarette, Majorana aveva anticipato ciò che altri scoprirono anni dopo. Certamente, dovette avvertire, prima degli altri, la pericolosità di quegli studi e, deliberatamente, volle allontanarsene. La scienza aveva preso una strada sbagliata, che egli non volle percorrere. Gli altri se ne accorsero sette anni dopo, con quel che accadde a Hiroshima e a Nagasaki.