L’elefante

 

di Catania

 

Si narra che un tempo, dopo la caduta dell'impero romano, quando il Cristianesimo non era ancora molto diffuso, c’erano dei bugiardi profeti che andavano in giro per città e campagne predicando l’adorazione dei loro idoli. A Catania, un certo Eliodoro predicava perché si adorasse un elefante di pietra lavica.

In verità, Eliodoro era non solo un predicatore di una falsa fede, ma anche un personaggio molto singolare. Si tramanda che possedesse virtù magiche, che avesse un aspetto malevolo ed un fisico deforme. Raccontano alcuni che avesse persino la facoltà di trasformare gli uomini in bestie e di fare muovere gli oggetti senza toccarli.

Tutte fantasie, a cui la povera gente credeva come oro colato. Eliodoro operava queste magie per convincere gli ingenui ad adorare il suo elefante di pietra lavica, in onore del quale celebrava bugiarde cerimonie religiose. Sosteneva che l’idolo fosse il dio vero, il dio unico in cui credere, a cui rivolgere devote preghiere ed a cui donare offerte ed offrire sacrifici.

Una volta, sempre secondo quanto da secoli si tramanda, pare che Eliodoro abbia donato un velocissimo cavallo ad un giovane. In sella a quel magnifico animale, il ragazzo si divertiva a compiere straordinarie prodezze. A corsa sfrenata, il cavallo riusciva a coprire enormi distanze; con formidabili balzi, scavalcava dirupi e strapiombi insormontabili; nel buio della notte, con le sue eccezionali doti, sapeva come trovare la via giusta per riportare a casa il suo padrone.

Il giovane, inorgoglito per le eccezionali abilità del suo destriero, volle iscriversi ad una gara. Nonostante non avesse alcuna esperienza in quel genere di competizioni, riuscì ugualmente a vincere il primo premio, distaccando gli avversari di molte miglia. Gli sportivi del tempo furono così entusiasti del risultato della gara che, alla fine, portarono il giovane in trionfo.

Intanto che gli tributavano grandi manifestazioni di gioia, nel bel mezzo dei festeggiamenti, l’incantesimo svanì ed il cavallo, misteriosamente, scomparve. Lo cercarono dappertutto, ma nessuno riuscì a trovarne la benché minima traccia. A quel punto, tutti gridarono alla magia. Ci fu persino chi disse che quel cavallo era la personificazione del diavolo, invocato da Eliodoro con le sue arti malefiche. La gente, indignata per tanto sacrilegio, si rivolse alle autorità, che fecero arrestare il perfido mago.

Rinchiuso in una sicura prigione, Eliodoro meditò per giorni il modo per evadere. Astuto com’era, l’idea non tardò a venirgli in mente. Conoscendo l’avidità di danaro della gente di quei tempi, offrì ai suoi carcerieri una grossa pietra d’oro.

Quelli, allettati dal facile guadagno, si lasciarono corrompere. Aprirono i cancelli ed il prigioniero poté evadere indisturbato. Poco dopo l’evasione, però, la pietra cominciò a cambiare colore. Il giallo perse la lucentezza; pian piano, diventò grigio, e la pietra, che sembrava d’oro, riprese la sua forma naturale di un comunissimo sasso.

Quando i carcerieri si resero conto di essere stati frodati, tentarono di inseguire il fuggiasco, ma ormai era troppo tardi. Eliodoro era ben lontano, al sicuro, fra le stradine di un borgo catanese.

La notizia di un comportamento tanto sciagurato, giunse a Costantinopoli, all’orecchio dell’imperatore, il quale volendo rendere giustizia ai suoi sudditi, ordinò ad un suo ministro di partire per Catania ed arrestare Eliodoro.

Non ci misero tanto a scovarlo. Lo trovarono ai piedi dell’elefante che celebrava un rito pagano alla presenza di un gran numero di devoti.

Quando vide le guardie, Eliodoro capì. Interruppe la sacrilega funzione e si lasciò catturare docilmente, senza opporre resistenza. Intanto che lo portavano via, però, la sua mente malefica meditava il modo per fuggire ancora una volta.

Con discorsi ingannevoli, l’infame mago convinse le guardie che lo tenevano ben stretto, a prendere un bagno nella piscina della sua villa. Quelli accettarono e, mentre nuotavano, Eliodoro, nascostosi dietro un albero, architettava il suo turpe sortilegio. Come per magia, ad un tratto, s’udì un tremendo boato, seguito da una luce abbagliante, accompagnata da una nuvola di fumo bianco. Poi, silenzio. Le guardie, frastornate, non capivano cosa fosse successo. Si guardarono intorno e, con grande stupore, si accorsero di non essere più in casa di Eliodoro, a Catania, ma Costantinopoli. Nientemeno che... nella piscina dell’imperatore. Eliodoro, però, non era fuggito. Era sempre dietro l’albero. Non l’albero di casa sua, ma dietro un albero del palazzo reale, a Costantinopoli.

Le guardie, dopo un primo momento di sbigottimento, non si persero d’animo. Prontamente, uscirono dalla piscina, afferrarono l’ingannevole mago e lo condussero dall’imperatore.

Quando giunsero a corte, raccontarono come erano andate le cose. Dissero che si trovavano nella casa di Eliodoro, a Catania. Improvvisamente, videro un lampo accecante: una luce tanto intensa che li costrinse a coprirsi gli occhi con ambedue le mani. Quando, trascorso circa qualche minuto, aprirono gli occhi, inspiegabilmente, si accorsero di non essere a Catania, ma nella piscina del palazzo reale, a più di duemila chilometri di distanza.

A quel punto, l’imperatore non ebbe più dubbi. Era stata operata una stregoneria che andava punita con la morte. Eliodoro, il più grande mago di quei tempi, sarebbe stato decapitato nella pubblica piazza e, dopo qualche mese, di lui si sarebbe perso anche il ricordo.

Invece, le cose non andarono così.

Mentre lo conducevano al patibolo, il perfido mago era tranquillo e sereno come se stesse andando ad una festa. Procedeva con la certezza che sarebbe riuscito, ancora una volta, a fuggire mettendo in atto le sue arti magiche.

Com’era consuetudine a quel tempo, il condannato, prima dell’esecuzione, aveva il diritto di esprimere la sua ultima volontà. Eliodoro chiese che gli fosse portato un secchio pieno d’acqua. La richiesta apparve subito strana. Non si capiva che cosa avrebbe potuto fare con un secchio d’acqua una persona che da lì a breve sarebbe stata uccisa.

Appena gli portarono il secchio, Eliodoro vi infilò la testa e gridando: “chi mi vuole mi troverà nella mia città!”, scomparve, lasciando tutti a bocca aperta.

Qualche giorno dopo, ci fu chi disse di averlo visto per le vie di Catania. Andava in giro, sempre predicando l’adorazione del suo falso dio.

Ancora una volta, l’ingannevole mago catanese era riuscito a gabbare le autorità.

Saputa la notizia, l’imperatore andò su tutte le furie. Volendo che Eliodoro venisse acciuffato ad ogni costo, ordinò al suo ministro di imbarcarsi sulla nave più veloce della flotta e di andare a Catania, catturare il mago malefico e condurlo in catene a Costantinopoli.

Anche questa volta, Eliodoro si lasciò arrestare con estrema facilità. Anzi, visto che il ministro aveva urgenza di tornare a Costantinopoli, egli stesso, con i suoi oscuri artifizi, costruì una velocissima nave, sulla quale si imbarcò insieme al ministro ed alle guardie.

La nave, per magia, attraversò mezzo Mediterraneo in un solo giorno e poi, una volta arrivata a destinazione e scesi i viaggiatori, misteriosamente, scomparve.

Giunto a Costantinopoli, Eliodoro venne condotto dall’imperatore sotto buona scorta. Sulla soglia della reggia, c’era la moglie del ministro, che lo aspettava. La donna, adirata per le tribolazioni che il mago aveva procurato al marito, lo aggredì insultandolo. Eliodoro, risentito per le frasi offensive rivoltegli, fissando la donna con sguardo torvo, le promise che l’avrebbe punita come meritava.

Dopo poco, infatti, tutti i fuochi della città, per un misterioso incantesimo, si spensero.

 

❖ ❖ ❖

 

 

A quell’epoca, il fuoco era l’unica sorgente di luce nota ai nostri antenati e poiché al tempo in cui si svolsero i fatti che stiamo narrando, i fiammiferi e gli accendini erano sconosciuti, nelle famiglie era usanza tenere perennemente accesa una fiammella, alla quale attingere il fuoco per illuminare la casa o per cucinare.

Possiamo immaginare, dunque, cosa accadde in città, quando, per quell’infame magia operata da Eliodoro, tutti i fuochi si spensero. L’intera Costantinopoli, la capitale dell’impero, rimase al buio completo. La gente era disperata. Non sapeva come fare. Andava in giro alla ricerca di una fiammella per accendere un legno, una scaglia di carbone o un pezzetto di stoffa imbevuto nell’olio, per fare un po’ di luce o per cucinare.

Rapidamente, il disagio si diffuse dappertutto, proprio come voleva il malefico Eliodoro, il quale, per rendere ancora più atroce la sua vendetta, aveva lasciato accesa una sola fiammella, che, guarda caso, proveniva dal posteriore della moglie del ministro.

Non è difficile supporre cosa accadde quando la gente lo scoprì. Gli abitanti della città costrinsero la donna a mettersi in una certa posizione perché potessero attingere un po’ di fuoco. La poveretta non ebbe scelta e, per giorni, fu costretta a rimanere nella pubblica piazza con il deretano scoperto.

Mentre per le vie di Costantinopoli si svolgevano queste incredibili vicende, il mago fu condotto a corte e processato. Ancora una volta, l’imperatore pronunciò una sentenza di morte mediante decapitazione, da eseguirsi pubblicamente, perché fosse da esempio per tutti coloro che praticavano le arti magiche.

Condotto al patibolo, sembrava proprio che questa volta fosse veramente giunta la sua ultima ora. Invece, il diabolico stregone aveva pronto un altro dei suoi sortilegi. Appena pose il capo sul ceppo ed il boia stava per vibrare il colpo con la scure, Eliodoro si trasformò in un omino piccolo piccolo. Tanto piccolo da potersi infilare dentro la manica del carnefice, e da lì, svanire nel nulla.

Ricomparve qualche giorno dopo a Catania. Lo videro fra le stradine, dove cercava di convincere la gente a venerare l’elefante di pietra lavica.

A quel tempo, era usanza che in periodo di quaresima, i sacerdoti predicassero il vangelo nelle pubbliche vie. Fu in una di queste occasioni che Eliodoro si intrufolò fra la folla, per disturbare la funzione con i suoi incantesimi. Intanto che i fedeli ascoltavano, ad alcuni di essi, Eliodoro faceva spuntare le corna. Per magia, i calvi diventavano capelluti e viceversa. Ovviamente, tutto ciò per burlarsi del rito cristiano e distogliere l’attenzione dei fedeli dalla predica del sacerdote.

Per grande sfortuna del mago, officiava in quel momento il vescovo Leone. Il Sant’uomo, accortosi delle orribili stregonerie, appena finì la funzione, si avvicinò ad Eliodoro e gli gettò la stola al collo in segno di disprezzo verso la falsa fede. Il mago si sentì come strangolare dal paramento sacro. Se non fosse stato pronto a strapparselo di dosso sarebbe sicuramente morto soffocato.

Al centro della piazza ardeva un rogo, che, com’era d’uso a quel tempo, i fedeli avevano acceso per onorare la funzione sacra. Il vescovo, in segno di sfida contro la malafede, invitò il mago ad attraversare il rogo che ardeva. Eliodoro esitò per qualche istante, ma poi, non potendo tirarsi indietro, dovette accettare. Si fece coraggio ed andò tra le fiamme, insieme al vescovo. Per un divino prodigio, il vescovo Leone riuscì a superare la prova incolume, mentre Eliodoro arse vivo fra i tizzoni accesi. Di lui, rimase solo un mucchietto di cenere, che una lieve brezza di ponente spazzò via, verso il mare, senza lasciare alcuna traccia.

 

❖ ❖ ❖

 

E l’elefante?... Direte voi...

Beh... i Catanesi provvidero a portarlo fuori le mura della città, dove rimase dimenticato per lungo tempo. Di tanto in tanto, qualcuno, passando, spiegava a curiosi e viandanti che si trattava di Liodoru, identificando l’elefante con il nome del suo falso profeta.

Col tempo, si sa, i suoni dialettali si trasformano, così, Liodoru perse la seconda "o", diventando Liodru ed, infine, Liotru.

❖ ❖ ❖

 

Quando, nel 1736, l’architetto Vaccarini completò la facciata della cattedrale di Catania, e provvide alla sistemazione del vecchio Piano Sant’Agata, gli venne in mente l’esistenza del Liotru. Dopo secoli, nessuno si ricordava più di quel falso valore religioso che gli era stato attribuito. Era solo una bellissima scultura che meritava di essere ammirata.

Così, l’elefante di Eliodoro, che non era riuscito a convertire i Catanesi al suo culto, li convinse, tanti secoli dopo, per il suo pregio artistico. Tornato alla notorietà, fu posto al centro del piano Sant’Agata, diventato nel frattempo piazza del Duomo, ad ornamento e simbolo della città.

 

❖ ❖ ❖

 

Per coloro che non sono Catanesi, è necessario precisare che la parola elefante in dialetto catanese esiste e non è Liotru, ma liufanti. In qualche caso viene usata per intendere un babbeo o un credulone. Liotru, invece, è solo quello di piazza del Duomo e nessun altro!

 

 

Di questa leggenda, esistono due versioni. La prima è di Pietro Carrera, secondo cui la statua celebrerebbe una vittoria dei Catanesi contro i Libici avvenuta in età classica; l’altra è di Salvatore Lo Presti, che ho privilegiato ed adattato per i più giovani lettori.