L’isola  ferdinandea

 

 

 

Tutte le fiabe che si rispettino iniziano sempre con “C’era una volta un re”. Questa volta, invece, anche se a prima vista può sembrarvi strano, il nostro racconto comincia con “C’era una volta un’isola”.

Il protagonista di questo racconto, infatti, non è una persona, ma un’isola, la cui storia iniziò e si concluse fra luglio e dicembre del 1831. In questo breve periodo, in pieno mar Mediterraneo, a circa trentasette chilometri dalla costa siciliana, quasi di fronte a Sciacca, nacque, visse e morì un’isola.

 Tutto iniziò una mattina del mese di luglio del 1831. Sembrava una mattina come tante. Il sole stava già facendo capolino sulla linea dell’oriz-zonte ed i pescatori erano da poco usciti in mare per recuperare le reti.

 Calogero, un giovane di circa sedici anni, si era messo ai remi della barca da pesca di suo padre ed insieme ai suoi compagni vogava di buona lena. Dovevano fare in fretta, tirare le reti, ritornare a terra e vendere il pescato. Ritardando, c’era il rischio che non avrebbero potuto vendere.

 In mare non c’erano solo loro. La zona era molto frequentata. C’erano anche altre barche, che, per la medesima ragione, si dirigevano verso lo stesso specchio di mare, dove un basso fondale offriva ottime opportunità di pesca.

 

Dopo alcune ore di voga serrata, quando erano ormai prossimi alla meta, notarono un gran numero di pesci morti che galleggiavano nell’acqua. Si potevano distinguere con estrema facilità, poiché la superficie del mare era liscia e calma come l’olio.

 Al tempo in cui si svolsero questi fatti, i mari non erano inquinati come ai giorni nostri ed una moria di pesci era piuttosto rara. I ragazzi, meravigliati da quello spettacolo inconsueto, interruppero la voga e guardarono don Gerlando, il capobarca, come per chiedergli spiegazioni. Don Gerlando osservò il mare con espressione diffidente. Abbassò gli occhi e tentennò il capo. Quel silenzio fu molto eloquente.

In Sicilia, un tempo, il gesto era un mezzo espressivo molto diffuso. I Siciliani riuscivano a fare anche lunghi discorsi senza pronunciare una sola parola. Gesticolando o, addirittura, inarcando le sopracciglia, muovendo gli occhi o le labbra, si facevano domande e si davano risposte come se parlassero ad alta voce.

 Il silenzio di don Gerlando, che per chiunque di noi sarebbe stato incom-prensibile, per i ragazzi dell’equipaggio fu molto chiaro. Il capobarca voleva dire che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.

Calogero, che per sua natura era un curiosone e voleva trovare una spiegazione per ogni cosa inconsueta che gli capitasse, tese la mano dalla barca e recuperò alcuni pesci. Il loro aspetto era tutt’altro che raccomandabile. Emanavano un odore pestifero, come se fossero stati cotti con l’albume di uova marce. Dall’aspetto, poi, sembravano come putrefatti, tanto che si disfacevano solo a toccarli.

 Intanto che Calogero ed i suoi compagni, pieni di curiosità, analizzavano i pesci, a circa un chilometro di distanza dalla loro imbarcazione si levò una colonna d’acqua alta circa venticinque metri, accompagnata da tremendi boati provenienti dal fondo del mare.

 I ragazzi furono presi dal terrore. Prontamente si precipitarono ai loro posti e, a voga serrata, si diressero verso terra. Continuarono a spingere sui remi senza sosta, come se fossero inseguiti da un enorme mostro infernale.

 Vogarono per circa mezz’ora e, benché fossero giunti ormai a notevole distanza dal punto in cui avevano visto levarsi la colonna d’acqua, i cupi boati non accennavano a diminuire. Continuavano ad intervalli regolari.

 Si chetavano per due o tre minuti, dando l’impressione che fossero cessati, poi, invece, riprendevano con maggior fragore. Finivano ancora, e, dopo un altro intervallo, riprendevano con regolarità, rispettando il ritmo, come se qualcuno o qualcosa dalla potenza smisurata ne stabilisse il tempo e la durata.

 Andò avanti così per tutto il percorso. Ad un certo punto, Calogero, istintivamente volse gli occhi indietro, e si accorse che un’enorme nuvola di fumo intenso, dalla superficie dell’acqua, saliva su verso il cielo.

 Dopo un’ora di voga senza sosta, i quattro ragazzi dell’equipaggio erano stanchi e grondanti di sudore. Avrebbero voluto fermasi. Prendere un po’ di fiato e ripartire; ma la paura per quel misterioso e sconosciuto pericolo era più forte della stanchezza e non si fermarono. Con le forze residue continuarono a spingere sui remi, finché giunsero a riva.

 Sulla spiaggia trovarono una gran folla. Erano i soliti sfaccendati, qualcuno dei quali aveva un grosso cannocchiale e guardava verso il mare, in direzione della nube nera.

 Col passar dei minuti, giungevano altri curiosi, attratti da quei fatti misteriosi che accadevano all’orizzonte. Erano quasi divertiti e commentavano, discutevano, esprimevano opinioni. Ognuno faceva un suo discorso, spesso senza senso. Qualcuno sosteneva che il fumo fosse dovuto agli scarichi di una nave a vapore con le macchine spinte a tutta forza; qualche altro parlava di un grosso incendio scoppiato chissà dove e, a causa del forte vento di alcuni giorni prima, il fumo fosse stato spinto sulla costa siciliana.

 Idee scaturite dalla fantasia, nessuna delle quali, sia pure approssima-tivamente, si avvicinava alla realtà.

 Intanto, alle stranezze che si andavano verificando in quei giorni, si erano aggiunti anche degli improvvisi tremori del terreno, che trasformarono l’iniziale curiosità di quegli sfaccendati in paura.

La Sicilia, da secoli, per la sua posizione geografica, è stata la meta privilegiata delle navi in transito. Chiunque avesse voluto attraversare il Mediterraneo, non poteva fare a meno di sostare in qualcuno dei suoi porti. La favorevole posizione, che, per millenni, aveva fatto la fortuna dell’isola, diventava adesso un fatto negativo.

 Purtroppo, la zona di mare nella quale accadevano quegli strani fenomeni era molto frequentata e, pur volendo nascondere la cosa, presto o tardi, qualcuno se ne sarebbe accorto.

 Il primo a notare quei capricci della natura fu il capitano di un veliero siciliano, che, scrutando l’orizzonte con il suo cannocchiale, vide un lembo di terra non riportato sulle carte geografiche.

 Era passato numerose altre volte per quelle parti e non aveva mai notato nulla che lasciasse supporre la presenza di costa. Incuriosito, si avvicinò e, con grande sorpresa, dovette constatare che si trattava di un’isola sconosciuta.

 Giunto a destinazione, fece la segnalazione alle autorità. La notizia fu come un fulmine a ciel sereno. In brevissimo tempo, rimbalzò di paese in paese, per tutta l’Europa, con la conseguenza che attirò gente d’ogni sorta. Scienziati, studiosi, scrittori, cronisti, curiosi e fannulloni di varie nazionalità giunsero in Sicilia per studiare ed osservare la neonata isola.

 

 

 

Si dice che la città di Sciacca non riuscisse a contenere l’afflusso dei numerosi ospiti. L’attrazione era tanto irresistibile che ci fu persino chi organizzò visite per i soliti ricchi sfaccendati, sempre a caccia di curiosità. Don Girlando e suo figlio Calogero non andarono più a pesca. Con la barca, portavano la gente che voleva vedere quel fazzoletto di terra in mezzo al mare, spuntato non si sa come. Fu in uno di questi viaggi che Calogero sbarcò sull’isola e, volendo lasciare un suo segno personale, vi piantò un remo.

 In verità, quel fenomeno che attirava tanta gente, non era poi così strano. Era l’effetto di un’eruzione vulcanica sottomarina, che aveva fatto emergere un lembo di terra della lunghezza di poco più di un chilometro.

 Questi prodigi della natura si verificano molto raramente, ma nel Mediterraneo non sono impossibili. Le isole Eolie e l’isola di Pantelleria, infatti, sono sorte allo stesso modo, alcune centinaia di migliaia di anni or sono, pertanto, così come era accaduto in altre occasioni, il vulcano sottomarino continuava a rigettare materiale eruttivo, con la conseguenza che la terra emersa continuava a crescere di dimensione. Dopo circa un mese, aveva raggiunto l’altezza di sessantacinque metri e la circonferenza di quattro chilometri ed ottocento metri.

 Data la sua estensione e la sua posizione geografica, incominciava a destare l’interesse di qualche potenza straniera. I primi a manifestare l’intenzione di appropriarsi della nuova terra emersa furono gli Inglesi.

 Preoccupato che l’occasione potesse sfuggirgli di mano, l’ammiraglio inglese di Malta inviò una nave con il compito di prendere possesso dell’isola.

 L’ordine fu eseguito con meticolosa precisione. Alcuni ufficiali e marinai di Sua Maestà sbarcarono e, seguendo un antico cerimoniale, vi piantarono la bandiera britannica, battezzando l’isola col nome di Graham.

 Qualche giorno dopo, anche Ferdinando II, re del regno delle due Sicilie, ordinò ad un suo comandante di prendere possesso dell’isola. Il capitano Valguarnera, un siciliano, sbarcò e, deciso a fare valere i diritti del suo paese, spiantò la bandiera britannica e piantò quella del regno delle due Sicilie. Battezzò l’isola per la seconda volta e le impose il nome di Ferdinandea, in onore di re Ferdinando. A questo punto, le cose si complicarono. Il gesto fu considerato dagli Inglesi come un atto di prepotenza. L’ammiraglio inglese di Malta voleva conto e ragione per quel comportamento ed inviò alcune navi della flotta britannica, con il compito di vigilare nella zona. Altrettanto fecero le autorità del regno delle due Sicilie.

 La situazione, ormai, si era fatta tesa. Sembrava che da un momento all’altro la cosa potesse degenerare in un’azione armata.

 Come se ciò non bastasse, a complicare ulteriormente la situazione, si fecero avanti anche i Francesi. Con il pretesto di voler fare degli studi, inviarono degli scienziati che, a loro volta, battezzarono quel lembo di terra prodigiosamente emerso, col nome di isola Giulia.

 Così, la neonata isola, ebbe ben tre nomi e tre pretendenti, disposti ad assumersene la paternità e pronti a scatenare una guerra per appropriarsene.

 I pescatori siciliani, invece, che non avevano intenzioni battagliere, molto più semplicemente, la chiamarono u bummuluni.

 Nel corso dei secoli, l’uomo ha fatto guerre per un’infinità ragioni, ma nessuna guerra è stata combattuta per il possesso di un pezzetto di terra tanto piccolo. L’isola, come una bambina innocente, non aveva ancora emesso il suo primo vagito e già, senza volerlo, stava per scatenare una lite furibonda.

 I Siciliani, lo sappiamo, in alcuni casi sono irruenti, impetuosi; proprio quando sembra che la situazione stia per precipitare e pare che da un momento all’altro possa succedere il peggio, inattesa, arriva la soluzione e tutto si calma. Così accadde per l’isola.

 Per nostra grande fortuna, infatti, la guerra non ci fu. Non perché i contendenti furono spinti da bontà d’animo o da improvvisa saggezza, ma più semplicemente perché la natura volle intervenire con una sua azione benigna.

 Verso la metà del mese di dicembre del 1831, l’isola Ferdinandea, o isola Graham, o isola Giulia, o, se volete, u bummuluni, così misteriosamente come era comparsa, lentamente, sprofondò negli abissi marini, lasciando Inglesi, Francesi e Borbonici con un palmo di naso.

 In breve, tutto tornò come prima. Calogero e don Girlando tornarono a pescare con la loro barca; le intenzioni bellicose dei contendenti si placarono e le navi militari, pronte a prendersi a cannonate, ritornarono pacificamente nei loro porti.

 Nelle acque a largo di Sciacca, tornò la pace e la tranquillità. Dell’isola si continuò a parlare ancora, ma solo per qualche tempo, poi fu dimenticata per sempre.

 

 

 

Volendo curiosare sulla faccenda, ho cercato nel vocabolario siciliano-italiano la parola bummuluni.

 

Insieme al ben noto significato di contenitore d’acqua di terracotta, ho trovato l’espressione aviri ’na cosa intra lu bummuluni che in siciliano del tempo — dice sempre il vocabolario — significava “non avere o non possedere nulla.”

 

A questo punto mi viene un dubbio: che niente niente, a dispetto di re, ammiragli e sapienti scienziati, i pescatori siciliani, nella loro semplicità, visto che diedero all’isola il nome di Bummuluni, sapessero già come sarebbe andata a finire? Chissà! …

 

In tutta questa vicenda, così come sono andate le cose, sembrerebbe che la natura abbia voluto prendersi gioco della prepotenza umana.

 

È di questi giorni la notizia che alcuni sub, immergendosi nel fondo marino dove circa centosettanta anni fa c’era l’isola comparsa e scomparsa misterio-samente, hanno notato un innalzamento del fondale. Tutto lascerebbe supporre che, un giorno o l’altro, potrebbe riemergere un lembo di terra. A quel punto ci viene spontaneo immaginare cosa potrebbe accadere nel caso ciò si verificasse. Avremmo ancora la pretesa dei tre contendenti di allora?

 Gli Inglesi avanzeranno ancora la tesi che la prima bandiera piantata sull’isola fu quella britannica?

 I Francesi vorranno impossessarsene con la scusa di fare ricerche e studi scientifici?

 Se ciò si dovesse verificare, ci domandiamo: quanta importanza avrebbe quel remo piantato sull’isola da Calogero? Non fu egli il primo a prenderne possesso — anche se involontariamente — in nome del popolo siciliano?

 Questi quesiti rimarranno senza risposta, finché l’isola non deciderà di riemergere.

 

***

 

Il fatto narrato è così straordinario, che può sembrare una favola, inventata da un capriccioso narratore. Invece, tutto ciò è realmente accaduto. È così incredibile che se vorrai narrarlo ad un amico, potresti iniziare il racconto dicendo: “c’era una volta un’isola, che oggi non c'è più...”